Dumping fiscale e tax ruling: come i paradisi fiscali dell’area Euro danneggiano gli altri Stati membri.

Capita sempre più spesso di vedere aziende che si spostano in Paesi in cui il regime di tassazione è loro più favorevole. Questo può innescare un fenomeno che assume il nome di fiscal dumpingLe conseguenze più dirette sono una concorrenza fra gli Stati in materia di fiscalità: si abbassano le aliquote per garantirsi più investimenti sul proprio territorio. Le aziende potrebbero essere incentivate a spostare la propria sede, causando una perdita di gettito per gli Stati che subiscono questo fenomeno. La domanda che sorge subito spontanea è: si può fare? Ovviamente, sì. Mentre la politica monetaria è di competenza della BCE, quindi un’istituzione indipendente, le politiche fiscali rimangono in carico agli Stati membri. Nel Trattato di Lisbona si parla generalmente di “armonizzazione” e “convergenza” dei sistemi fiscali, senza però entrare nel merito della questione. Il fatto che sia previsto dai Trattati non deve però trattenerci dall’affrontare una questione fondamentale per il futuro europeo.

A Bruxelles il problema è noto da tempo, ma in un’Unione Europea ancora fortemente a carattere intergovernativo lo spazio di manovra è assai ridotto. Ci sono alcune materie di cui gli Stati sono fortemente gelosi, fra cui la politica fiscale.

Paesi come l’Irlanda, l’Olanda e il Lussemburgo sono veri e propri paradisi fiscali nell’area Euro, che attuano pratiche fiscali aggressive che danneggiano le economie degli altri Stati membri e che, anche grazie a queste pratiche, registrano elevatissimi tassi di crescita.

Per il nostro paese il danno ha un valore che va dai 5 agli 8 miliardi di dollari ogni anno. Alcune ricerche stimano che, a causa della concorrenza fiscale sleale a livello europeo, il fisco italiano perde la possibilità di tassare oltre 23 miliardi di dollari di profitti: 11 miliardi di profitti vengono spostati in Lussemburgo, oltre 6 miliardi in Irlanda, 3,5 miliardi in Olanda e oltre 2 miliardi in Belgio

Ma le conseguenze negative non riguardano solo l’Italia e in generale i singoli stati. La concorrenza fiscale sleale riduce poi anche la capacità dell’Unione europea nel suo complesso di raccogliere risorse e in questo modo impedisce una più equa tassazione dei profitti delle imprese.

Questo contesto caratterizzato da fenomeni di dumping fiscale ha portato all’Unione Europea, negli ultimi 20 anni, minori entrate per circa 35-70 miliardi di euro all’anno.

Nel confronto tra l’Italia e i paradisi fiscali europei, i dati parlano chiaro: dalla crescita del PIL al livello di attrattività di investimenti esteri.

I dislivelli tra gli Stati europei non si fermano al sistema fiscale, ma si estendono anche a quello contributivo con conseguenze importanti sulle tutele e sulle retribuzioni dei lavoratori.

Da uno sguardo ampio, sull’intero paese, a uno più stretto, sui singoli cittadini, l’impatto della concorrenza sleale è forte.

C’è un’ulteriore pratica che distorce profondamente il mercato ed è aumentata all’interno dell’Unione Europea negli ultimi anni: il tax ruling o Advance pricing agreement. Consiste in un accordo fra uno Stato e un’impresa multinazionale sulla quantità di tasse che quest’ultima dovrà versare, una specie di regime fiscale applicato ad hoc per una società. Questi accordi possono essere sia unilaterali (dove ci si accorda solamente fra multinazionale e Stato) oppure bilaterali/multilaterali (dove rientrano anche altre amministrazioni fiscali). Un articolo del Sole24Ore del 2018 analizza bene un problema che è presente in Europa da diversi anni. In realtà questa formula era stata pensata per dare certezza alle imprese che operano su più territori, ma si è trasformata in un’arma a doppio taglio. Hanno fatto scandalo, infatti, tutta una serie di accordi che alcuni Paesi europei hanno stipulato con aziende come Amazon, Facebook, Apple ecc., il più famoso dei quali è quello fra Apple e il governo irlandese del 2014 con cui l’azienda versava nelle casse lo 0,005% degli utili registrati in Irlanda.

La soluzione potrebbe essere quella di attuare delle direttive di correzione secondo la procedura legislativa ordinaria. Purtroppo non è così semplice come sembra. Attuare una politica di questo tipo vuol dire passare attraverso i governi nazionali; gli stessi che, su molte materie, non vogliono creare precedenti che permettano un’intromissione di Bruxelles in futuro. Ciò non toglie il fatto che la questione debba essere affrontata. Secondo un gruppo di economisti, le politiche di tassazione aggressiva costano tantissimo ai Paesi che le subiscono. Ancora una volta, la battaglia è soprattutto politica e diplomatica: è però una battaglia necessaria, specie per un Paese come il nostro che fatica molto a finanziarsi sul mercato e la cui gestione delle finanze pubbliche non eccelle in efficienza. Dall’altro lato non dobbiamo fare l’errore di pensare di risolvere i nostri problemi solo contrastando le politiche fiscali aggressive degli altri Paesi, senza migliorare il nostro sistema tributario e legislativo che, spesso, disincentiva gli investimenti in Italia.

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