La moda che dà voce a un futuro sostenibile

Marina Spadafora è ambasciatrice di moda etica nel mondo. Ha formato la propria personalità collaborando con marchi di fama internazionale, gestendo un proprio brand e lavorando insieme ad artigiani di tutto il mondo.

Attraverso un’intervista realizzata da Monica Sozzi, giornalista  su tematiche di sviluppo sostenibile, scopriamo un progetto denso di etica e di estetica.

Marina Spadafora è una sostenitrice del movimento Fashion Revolution e del suo manifesto. Movimento nato nel 2013, all’indomani di quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nella storia: il 24 aprile 2013, un cedimento strutturale preannunciato ha raso al suolo il Rana Plaza, uno dei principali poli produttivi dell’industria tessile in Bangladesh, in cui hanno perso la vita 1.138 persone e molte altre sono rimaste ferite.

Fashion Revolution conta oggi 111 collaborazioni e presenze attive nel mondo, ed è l’anima del progetto Fashion With A Mission, il cui scopo è quello di sensibilizzare un pubblico quanto più ampio e trasversale, promuovendo scelte di acquisto consapevoli.

Quando si parla di scelte d’acquisto consapevoli nel campo della moda, si parla di sostenibilità, consumo etico e ricerca di materiali a basso impatto ambientale, senza trascurare mai l’estetica. Sia da parte della produzione, che da parte del consumatore.

È necessario che l’intera filiera del tessile abbigliamento assuma le responsabilità e acquisisca le competenze per diffondere un messaggio che sia efficace e che accresca la consapevolezza del consumatore finale.

In questa direzione è di grande impatto la strategia promossa dalla Camera Nazionale della Moda Italiana che punta a un’innovazione strutturale del comparto passando attraverso i tre temi portanti di sostenibilità, digitalizzazione e formazione.

Come per molti altri settori, il periodo di lockdown ha offerto un tempo di riflessione e ripensamento, accelerando processi di cambiamento già in atto. Obbligata a trovare una modalità alternativa, la moda ha sperimentato, volente o nolente, il forte potere inclusivo del digitale, sperimentando una spinta verso la sua democratizzazione.

Ma la tecnologia da sola non è sufficiente se non è supportata da un sostanziale rinnovamento della narrazione, oggi non si può non cogliere l’opportunità dell’enorme potenziale rappresentato dallo storytelling. La sostenibilità ha bisogno di essere raccontata. Anche per contribuire a screditare l’idea comune che attribuisce, alla moda sostenibile, la mancanza di gusto e una rinuncia obbligata all’estetica a favore del principio etico.

Sartorialità, hand value, tecniche di trattamento e tintura, qualità del prodotto finito e del materiale, che sia vergine, riciclato o riciclabile: tutti elementi che prescindono e non escludono la bellezza, la raffinatezza e l’eleganza di un capo.

Noi, tutti noi, siamo i consumatori, e ancora non ci rendiamo conto dell’enorme potenziale che abbiamo: se smettessimo di acquistare dai brand che trascurano o ignorano l’etica sociale e ambientale, parteciperemmo gradualmente, ma attivamente, a modificare i trend di mercato.

Ogni volta che spendiamo, votiamo per il mondo che vogliamo. Se compriamo nelle catene di fast fashion, finanziamo un’operazione che non è etica, e ne diventiamo complici. Tutti i marchi, anche quelli del fast fashion, si stanno sicuramente impegnando per avvicinarsi agli obiettivi di sostenibilità, ma restano ancora lontani dal raggiungere quelli di equità sociale.

Inquinamento, sovrapproduzione, sfruttamento della manodopera nei Paesi più poveri: sono solo alcuni degli enormi problemi che l’industria della moda, dell’abbigliamento e degli accessori deve ancora risolvere nonostante il vorticoso giro d’affari planetario di grandi e piccoli brand. Se la coscienza della sostenibilità ambientale è in crescita ovunque, in questo settore non è ancora stato fatto abbastanza.

Dovremmo esser più informati e dirigere le nostre scelte verso i brand più virtuosi. Proviamo a porci una domanda, una provocazione: #WhoMadeMyClothes? Conservare, e allungare la vita di ogni capo, significa anche rispettare il lavoro di chi l’ha prodotto.

Dovremmo acquistare meno spesso, ma qualcosa di più durevole. Tenere con cura i propri abiti e non buttarli, che è la cosa peggiore da fare. Il capo di abbigliamento più sostenibile è quello che è già appeso nel nostro armadio.

E proprio La rivoluzione comincia dal tuo armadio è il libro in cui Marina Spadafora e la giornalista Luisa Ciuni affrontano la spinosa questione dell’inquinamento causato dal fashion luxury.

Il crimine peggiore è buttare via gli abiti: rivendendoli, regalandoli, organizzando gli swap party si dà una seconda chance al proprio guardaroba. 

Se arrivano ai cassonetti gialli, vuol dire che nessuna delle opzioni utili per allungare il loro ciclo di vita è stata contemplata o messa in atto. Il cassonetto giallo deve esser l’ultima opzione, spesso è la prima. 
Il mondo è invaso dai rifiuti, e dai rifiuti tessili. Allunghiamo la vita a ogni capo.

Ogni secondo viene buttato in discarica l’equivalente di un camion di spazzatura pieno di vestiti. Meno dell’1% del materiale usato per produrre abbigliamento viene riciclato. In Ghana, le discariche e i fiumi di Accra sono del tutto intasati da matasse informi dei nostri abiti buttati via. Dobbiamo produrre di meno: produrre meno e meglio, e che la gente lo faccia durare.

Non abbiamo bisogno di tre magliette da 10 euro ma due da 15; una cosa buona anziché tanti pezzi ciarpame. Concorrenza spietata, saldi anticipati, Black Friday: proviamo a non cascarci. Già i millennial fanno alcune significative rinunce e puntano sull’upcycling.

La moda crea piacere e dovrebbe continuare a farlo. Come? Creando bellezza, sogno e conforto sostenuti da qualità e longevità.

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